19/11/2008
PER UNA SCUOLA DELLE COMUNITÀ.
A cura di Giuseppe Zanniello, docente ordinario Facoltà di Magistero dell'Università degli Studi di Palermo.
Il sistema scolastico di ogni paese ha una sua storia, la cui conoscenza consente di comprendere perché in alcuni luoghi la libertà di scuola oggi sia più facile mentre in altri essa si scontra con interessi precostituiti.
La scuola italiana è nata dal tentativo del governo del nuovo stato italiano di “fare gli italiani” dopo che la dinastia Savoia era riuscita ad estendere il suo regno fino alla Sicilia sapendo far proprie le aspirazioni all’unità nazionale, che in varie forme e con diverse proposte aleggiavano nella penisola italica dalla metà del XIX secolo.
Il nuovo stato, che era fortemente anticattolico, sottrasse alla Chiesa cattolica anche le scuole che essa aveva istituito nel corso dei secoli. La scuola e la coscrizione militare obbligatoria furono i due principali strumenti pensati dai detentori del potere nei primi sessanta anni di vita del nuovo stato per amalgamare gli italiani e sviluppare in tutti i cittadini, il senso di appartenenza alla stessa nazione. L’intento ideologico dei governanti del nostro paese - unito all’assenza dei fedeli cristiani laici dalla scena politica – determinò il monopolio statale dell’istruzione pubblica, e non consentì il sorgere di iniziative civili in campo scolastico; solo alcune scuole dei religiosi riuscirono a resistere allo statalismo a costo di notevoli sacrifici.
L’impostazione statalistica e centralistica della scuola andava bene anche per il partito politico che governò l’Italia per il ventennio successivo; tuttavia il regime fascista tollerò le scuole cattoliche più dei governi che si erano succeduti nei primi sessanta anni di vita del regno unitario.
Complessivamente si può affermare che i primi ottanta anni della storia italiana sono stati segnati dall’esplicita intenzionalità dei governanti succedutisi al potere, di usare la scuola come strumento di controllo ideologico e di acquisizione del consenso politico.
Nel primo decennio dell’Italia repubblicana si aprirono nuove opportunità per l’iniziativa dei cittadini in campo scolastico perché nella costituzione democratica, in linea di principio, l’istruzione cessò di essere concepita come un obbligo imposto dal governo centrale per il controllo ideologico dei cittadini, per divenire un diritto soggettivo di ogni cittadino che lo stato si impegnava a garantire.
A partire dall’anno scolastico 1948/49 ci sarebbe stato spazio per la nascita di scuole promosse da associazioni di insegnanti e/o di genitori, da comunità locali e da movimenti pedagogici rispettosi dei principi costituzionali. I motivi per cui le iniziative scolastiche autonome dei cittadini italiani si sono avviate solo trenta anni dopo la fine della seconda guerra mondiale sono oggetto di indagine dei sociologi e degli storici dell’educazione.
In quanto pedagogista, mi limito a rilevare che gli ultimi trenta anni non sono bastati per far diventare minoritaria nell’opinione pubblica italiana l’idea che alla scuola ci deve pensare principalmente il ministero dell’istruzione, con i suoi uffici regionali e provinciali, e marginalmente la Chiesa con i suoi preti, frati e suore. Purtroppo alla maggioranza degli italiani sembra ancora incomprensibile che dei cittadini amanti della costituzione del loro paese, per il conseguimento delle finalità educative indicate dalla normativa scolastica nazionale possano aggregarsi intorno ad un progetto pedagogico caratterizzato per la metodologia educativa adottata in una scuola da essi promossa e gestita senza fini di lucro.
2. Perché valutare la scuola
Non ci si può allora meravigliare se ancora oggi la netta maggioranza dei genitori non attribuisce la giusta importanza a ciò che in una scuola è fondamentale; mentre si dedica a valutarne aspetti marginali, che hanno scarsa incidenza sulla crescita della libertà intellettuale e morale dei propri figli e, quindi, sul loro inserimento sociale e professionale come cittadini attivi e responsabili del bene comune. Infatti possono valutare la scuola in modo adeguato solo quei genitori che ne conoscano a fondo la natura e gli scopi
Quando le ricerche internazionali sulle competenze linguistiche e matematiche dei quindicenni italiani hanno dimostrato che essi sono molto più indietro dei loro coetanei degli altri paesi membri dell’OCSE è scattato il grido di allarme: dobbiamo valutare con più attenzione l’efficacia formativa della scuola italiana! Ma prima di porsi il problema del “come” valutare bisognerebbe interrogarsi sul “perché”.
Perché valutare la qualità del servizio educativo e formativo erogato da un istituto scolastico? Per premiare i bravi insegnanti e i loro dirigenti e per licenziare quelli inefficienti? Questo in Italia oggi non si può fare. Si potrebbe ipotizzare che si valuta per rimuovere le cause degli insuccessi, per individuare e rispondere in maniera sempre più qualificata ai bisogni formativi degli allievi ; ciò è possibile quando c’è una ferma volontà di miglioramento nel dirigente scolastico e nella maggior parte del collegio docente.
Bisogna anche avere il coraggio di porsi una domanda radicale: a chi interessa il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia di un istituto scolastico e di ciascuna delle persone che in esso vi lavorano? La risposta più ovvia dovrebbe essere: innanzitutto agli utenti del servizio scolastico che lo pagano con le loro tasse. Quali aspettative nei confronti della scuola essi dovrebbero avere?
Di solito uso alcuni indicatori per qualificare come “buono” un istituto scolastico: mi aspetto che i suoi insegnanti ottengano che gli alunni sviluppino le loro potenzialità, siano attivi e intraprendenti nel loro processo di apprendimento, acquisiscano cultura solida e profonda, imparino a ragionare logicamente, imparino a lavorare in gruppo, si sentano responsabili degli impegni assunti, conquistino un personale metodo di studio e vivano lo studio come il loro attuale lavoro finalizzato al conseguimento del bene comune.
Ma non sono sicuro che la maggior parte dei genitori degli alunni sappiano davvero che cosa sarebbe lecito aspettarsi dalla scuola, a fronte delle ingenti risorse economiche ed umane in essa investite dai cittadini. In assenza di una formazione pedagogica e senza la possibilità di un confronto – economicamente paritario - con altre esperienze scolastiche, la maggior parte dei genitori italiani si aspettano poco dalla scuola: un’istruzione che consenta ai propri figli di ottenere un buon posto di lavoro. Si sa che quando manca la pressione del controllo sociale, ogni organismo pubblico diventa autoreferenziale, le prestazioni dei dipendenti tendono a livellarsi verso il basso, le rivendicazioni sindacali non trovano come controparte gli utenti del servizio bensì il referente politico, che è debole perché non può disinteressarsi del consenso elettorale dei suoi dipendenti e dei destinatari del servizio, che nel caso della scuola si contano a milioni.
Il trend negativo della scuola secondaria italiana - impietosamente documentato da molte indagini internazionali svolte negli ultimi dieci anni - oggi non si può invertire solo attribuendo “a pioggia” ulteriori finanziamenti, ma allocando diversamente le risorse già disponibili, secondo una strategia interpartitica, che si possa mettere in atto lungo l’arco di un decennio. Solo se si attuerà questa strategia a medio - lungo termine, i necessari finanziamenti aggiuntivi produrranno un effettivo innalzamento della qualità del servizio scolastico.
3. L’ associazionismo scolastico
Il cardine della strategia politico-scolastica vincente dovrebbe essere la promozione dell’iniziativa pedagogica di gruppi di genitori e insegnanti, associati nell’intento di realizzare dei centri scolastici gestiti direttamente da loro, nel rispetto dei principi costituzionali, mediante una metodologia educativa continuamente verificata e perfezionata erga omnes.
Tra gli esperti del settore va maturando l’idea che le scuole che vanno bene, cioè quelle che producono apprendimenti eccellenti e comportamenti civili negli alunni, sono espressione di gruppi sociali, culturali o religiosi; sono cioè legati a piccole comunità che hanno una precisa identità e un patrimonio di valori da proporre alle nuove generazioni. Lo si dice sommessamente nel timore di dare così spazio all’integralismo islamico; ma in Italia, dove i principi costituzionali vengono fatti rispettare da tutti, non mi pare che attualmente esista questo pericolo. Positivamente si nota invece che, quando c’è in essi una forte motivazione ideale ad educare e una reale autonomia metodologica e organizzativa, i gruppi caratterizzati da una specifica identità riescono a formare giovani culturalmente e professionalmente competenti, dotati di una chiara consapevolezza della loro responsabilità nella partecipazione al bene comune.
Sono convinto che dalla nostra carta costituzionale si possano agevolmente ricavare - e, di fatto, in buona misura sono già stati ricavati e riportati nelle “indicazioni nazionali”- i principi pedagogici generali che indicano il quadro entro cui devono agire le scuole. Ogni gruppo socialmente rilevante dovrebbe poi avere la reale possibilità di perseguire le finalità scolastiche nazionali con progetti educativi propri che, in quanto sostenuti dalla carica ideale che ogni associazione di persone racchiude in sé, raggiungono più efficacemente le finalità scolastiche nazionali . D’altra parte, oggi non è proprio la spinta motivazionale ad educare gli alunni che risulta più carente nell’attuale classe docente, per una diffusa sfiducia nell’efficacia educativa delle proprie azioni? Chi ha il compito di governare il sistema pubblico dell’istruzione e della formazione dovrebbe sostenere con vigore l’associazionismo scolastico, dovrebbe favorire le aggregazioni di genitori e insegnanti intorno a un progetto educativo condiviso. È paradossale che mentre ci si lamenta che pochi insegnanti oggi conservano ancora la speranza di riuscire ad educare nella scuola , vengano nello stesso ostacolate le poche iniziative scolastiche cariche di esplicite intenzionalità educative realizzate autonomamente.
Probabilmente ci vorranno almeno dieci anni affinché la diffusione dei risultati positivi raggiunti dai centri scolastici promossi e gestiti da imprese sociali costituite da genitori e insegnanti, possa contagiare positivamente le altre scuole, le quali, per non perdere alunni – e quindi posti di insegnanti -, si vedrebbero stimolate ad adeguare i loro standard formativi alla più esigente richiesta del corpo sociale.
4. Alcuni orientamenti programmatici
Non so su che cosa si fondino le accuse di “utopia” rivolte ai sostenitori degli istituti scolastici che siano espressione di microcomunità caratterizzate da forti cariche valoriali . Sono invece sicuro che la barca del sistema scolastico italiano sta affondando mentre i mezzi per evitare il naufragio non si potranno impiegare finché non cambieranno gli orientamenti generali della politica scolastica. Al riguardo vorrei fare alcune considerazioni sui cambiamenti di rotta che ritengo necessari.
4.1. Deve essere riconosciuto il diritto dei genitori di scegliere per i propri figli insegnanti che condividano la loro stessa concezione morale e religiosa della vita; insegnanti con una vita morale irreprensibile, con una preparazione culturale e disciplinare profonda e aggiornata, con una competenza pedagogica e didattica in continuo miglioramento. La società civile deve tutelare il diritto del minore di formarsi una visione coerente della realtà, perché nella prima fase della vita l’integrazione del sapere , unitariamente concepito, costituisce la base imprescindibile per la costruzione di una personalità armonica ed equilibrata. Un volta divenuto maggiorenne, mediante il retto uso della capacità di scelta che la scuola contribuisce a formare in lui, il giovane poi accetterà, rifiuterà o svilupperà la concezione della vita e del mondo che si è formata fino a quel momento con l’aiuto dei suoi educatori. La capacità critica - vale a dire la capacità di valutare personalmente idee, fatti ed eventi, alla luce di criteri veri e giusti -, si forma gradualmente e si potenzia grazie al suo esercizio in situazioni scolastiche adeguate al grado di sviluppo degli alunni. Se a scuola non si progettasse la stimolazione intenzionale della capacità di giudizio, gli alunni finirebbero con ogni probabilità nello scetticismo intellettuale e nel disimpegno morale, che costituiscono l’anticamera del nichilismo.
4.2. Affinché una scuola possa svolgere bene il suo compito, è assolutamente necessario che coloro che la gestiscono si occupino in primo luogo della formazione dei genitori, poi di quella degli insegnanti e infine di quella degli alunni. Le migliori energie presenti in un istituto scolastico vanno impiegate costantemente per la formazione pedagogica dei padri e delle madri degli alunni. Per assicurare la continuità di tale progetto formativo, in tutte le scuole dovrebbero essere attivamente presenti delle associazioni familiari specializzate nella formazione dei genitori.
4.3. Una scuola funziona bene, quando c’è unità di intenti nel perseguire il bene di ciascun alunno e passione per il lavoro collegiale; quando c’è un clima di fiducia, di lealtà, di trasparenza e di collaborazione tra le sue diverse componenti; quando tutti accettano che qualcuno possa sbagliare ed essere corretto. Chi iscrive il figlio ad un istituto scolastico deve conoscerne prima la “carta di identità pedagogica” e il “profilo ideale” dell’ alunno che essa intende formare e che tutti gli insegnanti di quella scuola condividono. Deve essere chiaro chi in quella scuola è responsabile della formazione pedagogica continua dei genitori degli alunni; qual è il piano di perfezionamento professionale degli insegnanti; a chi compete la responsabilità della selezione e della formazione iniziale dei nuovi docenti; quali forme di incentivazione degli insegnanti si adottano; quali competenze pedagogiche, relazionali, comunicative e gestionali possiede il dirigente scolastico; qual è l’ organo di controllo dell’attuazione del progetto educativo dell’istituto; quali sono le modalità di rilevazione costante dei motivi di soddisfazione/insoddisfazione dei genitori e degli alunni; chi ha la responsabilità di favorire la comunicazione fluida ed efficace all’interno e all’esterno dell’istituto; come sono mantenuti i rapporti con gli ex alunni, che consentono di valutare i risultati formativi a lungo termine del lavoro svolto dall’istituto.
4.4. Se si intendono favorire le iniziative dei cittadini in campo scolastico bisogna articolare diversamente la spesa pubblica, nell’ottica degli investimenti che migliorino la qualità del servizio e non certo in quella delle elargizioni. Il problema del riconoscimento della parità, anche economica, delle scuole non statali è periodicamente sollevato dai lavoratori dipendenti che iscrivono i figli nelle scuole paritarie e che non intendono pagare due volte il servizio scolastico: una volta con le tasse versate allo stato e una volta con la retta pagata alla scuola. Le associazioni dei genitori continuano a chiedere la detrazione e la deduzione fiscale per chi paga la retta di una scuola paritaria oppure il buono scuola alle famiglie, da spendere indifferentemente in una scuola statale o paritaria. Si consideri che un alunno di scuola statale costa annualmente allo stato, da un minimo di 6116 euro (scuola dell’infanzia) a un massimo di 7688 euro (scuola secondaria di secondo grado); vale a dire circa il doppio del costo delle rette delle scuole paritarie, che accolgono complessivamente circa un milione di alunni, per ciascuno dei quali lo stato elargisce ogni anno un contributo medio di 40 euro.
4.5. Bisogna rendere appetibile la professione docente agli attuali ventenni, tenendo presente che dalla più tenera età essi hanno ricevuto dagli schermi della sala cinematografica, del televisore, del computer, della playstation e del cellulare messaggi caratterizzati dall’individualismo , dal consumismo, dall’edonismo, dall’invito a soddisfare subito qualsiasi tipo di pulsione, dal sesso sfrenato “usa e getta”, dal disimpegno circa le domande fondamentali sul significato della vita. Oggi chi arriva all’età di venti anni è stato più ore davanti ad uno schermo che in un’aula scolastica; ciò va tenuto presente nella formazione dei futuri insegnanti, che potrebbero avere difficoltà nelle relazioni interpersonali perché nei loro primi venti anni di vita si sono relazionati più con gli apparati tecnologici che con le persone. Siccome il lavoro docente gira intorno alla relazione interpersonale dell’insegnante con l’intera classe e con il singolo alunno, nella selezione degli insegnanti deve essere valutata la loro capacità di comprensione empatica, di simpatia, di ottimismo, di buon umore, di incoraggiamento esigente affinché ogni alunno possa dare il meglio di sé; anche perchè la qualità complessiva di un istituto scolastico dipende in buona misura dalla qualità delle relazioni interpersonali che si instaurano tra le persone che in essa lavorano.
13:00 Scritto da: fondazionesabir | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: fondazione sabir, formazione, istruzione, scuola, zanniello | OKNOtizie |
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27/04/2008
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